Il lupo a livello comunitario è tutelato dalla Convenzione di Berna (1979), Convenzione per la conservazione della vita selvatica e dei suoi biotopi in Europa, dove nell’allegato II veniva menzionato come specie strettamente protetta.
Il lupo inoltre è tutelato dalla Direttiva Habitat EU (1992) Direttiva n.92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e semi-naturali e della flora e della fauna selvatiche. In Italia, dal 23 luglio 1971 con il Decreto Ministeriale (“Decreto Natali”), il lupo è una specie protetta e, secondo l’attuale piano normativo italiano, è tutelato dalla legge 157/92 Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio e dal DPR 357/97 tra le “specie particolarmente protette”.
Il Comitato Permanente della Convenzione di Berna il 3 dicembre 2024 ha modificato lo status di protezione del lupo da specie “strettamente protetta” a specie “protetta”.

Il declassamento (downlisting) è entrato in vigore il 7 marzo 2025 e a quel punto la Commissione Europea inizierà l’iter per emendare la Direttiva Habitat (emendamento che dovrà essere approvato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio).

Comunque, già ora la Direttiva Habitat sopraccitata prevede all’art. 16 che gli Stati membri possano derogare ai vincoli imposti per la tutela della flora e della fauna e la conservazione degli habitat naturali (disposizioni previste dagli art. 12, 13, 14 e 15, lettere a) e b) per motivi inerenti alla conservazione, alla didattica, alla ricerca scientifica e a motivi di rilevante interesse pubblico (sanità, sicurezza, economia).

In base a quanto previsto dall’art. 16 di cui sopra, il D.P.R. 8 settembre 1997 n. 357 ha previsto all’art. 11 che il Ministero dell’Ambiente (ora Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica), sentiti per quanto di competenza il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste e l’ex Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (ora ISPRA), può autorizzare già oggi le deroghe alle disposizioni previste agli articoli 8, 9 e 10, comma 3, lettere a) e b).

Già oggi, quindi, con la possibilità di deroga consentita dall’articolo 16 della Direttiva Habitat è possibile agire nei casi di gestione di lupi problematici.

Nessuna regione o provincia autonoma, tuttavia, ha mai chiesto al ministero la deroga fino a poco tempo fa, eccetto il Trentino.

Fondazione UNA ribadisce che l’aggiornamento periodico delle liste delle specie protette unionali ubbidisce al principio basilare di allocare risorse per le specie maggiormente bisognose di azioni conservazionistiche – come avviene per esempio con la regolare revisione della Red List IUCN globale – e chiede pertanto che le politiche per la biodiversità europea si adeguino a questo basilare principio.

Si coglie l’occasione per ricordare l’importante convegno tenutosi a Roma il 16 luglio 2024 dal titolo “Il posto degli animali nella Costituzione: appunti sulla riforma dell’art. 9” organizzato da Fondazione UNA in collaborazione con AB (Agrivenatoria Biodiversitalia) e dalla Fondazione Osservatorio sulla Criminalità in Agricoltura e sul Sistema Agroalimentare e di cui sono stati recentemente pubblicati gli atti estesi (Masini, 2025) e a cui si rimanda per un approfondimento legislativo.

Verso una revisione delle linee-guida per il lupo in Italia

Prospettive per l’immediato futuro

I dati dell’ultima indagine (2020-2021) a livello nazionale hanno suggerito la presenza di almeno 3.500 lupi (vedi Gervasi et al., 2024 per la correzione della stima precedente di 3.300). Nelle Alpi, dove sono disponibili i dati più dettagliati, già all’epoca veniva riportata una densità che è quasi tre volte quella riportata per Yellowstone (150/1000 kmq; Marucco et al., 2023). Al 2024, nelle Alpi, la distribuzione del lupo si è ampliata di quasi il 50% in quattro anni, aumentando di 19.000 kmq (Avanzinelli et al., 2024). Nel volgere di pochi anni non solo il lupo ha aumentato la sua presenza in aree ritenute marginali e ‘non vocate’ per la specie (Valle Padana, Puglia, coste e centri urbani), ma sono stati accertati attacchi di tipo predatorio sulle coste abruzzesi e all’interno di Roma ai danni di bambini e giovani. A seguito di questi attacchi due lupi sono stati catturati e spostati in aree controllate. Tutto ciò fa ritenere che oggi la popolazione del lupo possa essere ben maggiore di quella stimata nell’indagine del 2020-21. È inoltre opportuno notare che Paesi con una storia ben più breve di quella dell’Italia per quanto riguarda il ritorno della specie hanno adottato in tempi relativamente recenti delle politiche di controllo – in deroga alle norme vigenti nell’UE se paesi membri. A livello europeo si calcola in 17 milioni di Euro il costo dei rimborsi per i danni subiti dagli allevatori (Di Bernardi et al., 2025). Ed è opportuno notare che sebbene i dati ufficiali non sembrino delineare una situazione allarmante per il comparto in Italia, per una pletora di motivi sappiamo che almeno un terzo delle perdite non viene denunciato (Marino et al., 2016).

Si rende quindi necessario da un lato, ove possibile, un significativo aumento di buone pratiche – a tutt’oggi ancora largamente sottoutilizzate – di prevenzione dei danni, consistenti nell’utilizzo di recinzioni elettrificate e nell’uso di cani da guardiania per ridurre i rischi di predazione sugli animali domestici.

Verso una revisione delle linee-guida per il lupo in Italia

È però irrealistico pensare che queste buone pratiche possano essere adottate ovunque e da chiunque. È giunto il momento di integrare la gestione del lupo con quella che comunemente viene chiamata ‘dimensione sociale’ e che in Italia è stata sinora quasi del tutto latitante. È quindi necessario, e la Fondazione UNA intende svolgere un ruolo attivo, che la questione del controllo venga affrontata in maniera laica e competente sia a livello locale che nazionale, in primis per evitare una ancora maggiore polarizzazione del tema che potrebbe avere alla fine come vittima proprio quello che di buono si è ottenuto – per esempio, attraverso un aumento del bracconaggio – oltre che rischiare di minare la stessa credibilità non solo delle istituzioni, ma anche del mondo scientifico e ambientalista.

La specie Canis lupus è oggi considerata dalla Lista Rossa IUCN come NT (Near Threatened – quasi minacciato) a livello italiano mentre è considerato LC (Least Concern – a minima preoccupazione) a livello europeo.

Delle otto popolazioni europee, quella alpina era considerata Vulnerabile nel 2018 ma risulta in costante aumento. Inoltre si rende necessario stabilire criteri che oltre quelli biologici includano anche parametri sociali se si vuole realmente andare verso una accettazione sociale della specie. In quest’ottica appare necessario che oggi le istituzioni affrontino seriamente le questioni di:

1) mantenimento di un equilibrio della popolazione di lupo e delle sue prede selvatiche;

2) vitalità a lungo termine delle attività di pascolo estensivo nelle aree vocate;

3) limitazione del fenomeno di introgressione genetica tra cane e lupo, e infine;

4) monitoraggio delle dinamiche preda-predatori nelle aree protette e non, in particolare modo lì dove esistano entità di particolare valore naturalistico e conservazionistico come, a titolo di esempio, il cervo della Mesola, il camoscio appenninico e il capriolo del Gargano.

Il lupo è per molti simbolo stesso di una natura selvaggia e resiliente. Ciò non deve fare dimenticare che la specie genera inevitabilmente conflitti con le attività umane. È fondamentale riconoscere che la gestione del lupo deve essere affrontata con un approccio scientifico, basato su una comprensione profonda della sua biologia, ecologia e comportamento. Fondazione UNA, pertanto, auspica che vengano investite le dovute risorse nella ricerca e per il monitoraggio della consistenza reale di questa specie perché soltanto da qui può partire una corretta gestione della specie.

Siamo convinti che la gestione del lupo non può limitarsi alla mera protezione della specie. La sua presenza in aree antropizzate, dove le risorse trofiche sono scarse e le attività umane prevalgono, genera inevitabilmente conflitti con l’agricoltura, l’attività venatoria, l’allevamento, il turismo e altre forme di utilizzo del territorio.

È quindi necessario adottare misure, compreso il controllo, che permettano una gestione equilibrata, che tuteli tanto la biodiversità quanto le esigenze delle comunità locali e le loro attività economiche.

Solo attraverso un approccio integrato e partecipato sarà possibile garantire la convivenza tra uomo e lupo, assicurando al contempo la protezione di un patrimonio naturale inestimabile. Questo approccio integrato alla conservazione in Italia appare ancora più pressante alla luce del rapido mutamento in corso nel quadro politico ed economico internazionale.

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Referenze

  • Avanzinelli et al., 2024. La distribuzione del lupo nelle regioni alpine 2020 – 2024.
  • Di Bernardi et al. (2025) Continuing recovery of wolves in Europe. PLOS Sustain Transform 4(2): e000015
  • Gervasi et al (2024) Estimating distribution and abundance of wide-ranging species with integrated spatial models: Opportunities revealed by the first wolf assessment in south-central Italy. Ecology and Evolution DOI: 10.1002/ece3.11285
  • Marino et al. (2016). Ex post and insurance-based compensation fail to increase tolerance for wolves in semi-agricultural landscapes of central Italy. European Journal of Wildlife Research 62 (2), pp. 227–240.
  • Marucco et al. (2023)A multidisciplinary approach to estimating wolf population size for long-term conservation. Conservation Biology

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