Scopriamo cosa si intende per caccia di selezione e perché può essere d’aiuto alla fauna locale, alle coltivazioni e all’ecosistema in generale.
La caccia non è solamente un’attività che risale agli albori dell’umanità. Infatti, negli anni si è trasformata da pratica necessaria al nostro sostentamento alimentare ad uno degli strumenti di gestione integrata della fauna con le sue regole e restrizioni. Eppure, in taluni casi, raggiunge e ottiene uno statuto di valore superiore, nella modalità che è definita “di selezione” e può essere di aiuto ad alcuni componenti della fauna locale, alle coltivazioni e all’ecosistema in generale.
Se dovessimo indicare le cause della nascita della caccia di selezione, arriveremmo a parlare dell’uomo e dell’antropizzazione del territorio a discapito delle specie selvatiche che ci vivono. Una serie di fattori strettamente connessi proprio all’eccessiva frammentazione degli habitat, che ha portato in alcuni casi le popolazioni di ungulati a modificare le proprie abitudini e il proprio habitat, con conseguenze non esattamente positive per loro e per noi: basta citare i cinghiali, sempre più pericolosamente vicini ad alcuni centri abitati.
Per ovviare alle problematiche di: frammentazione degli habitat, sovrannumero delle popolazioni animali, danni all’agricoltura e all’ecosistema, criticità di convivenza con altre specie, rischi per la sicurezza stradale ecc, si è dato dunque inizio alla caccia di selezione, ponendosi l’obiettivo di gestire la selvaggina e raggiungere un nuovo equilibrio territoriale e numerico.
Alla base delle conoscenze biologiche ed ecologiche di una popolazione, e come presupposto fondamentale per la gestione, è necessario assumere informazioni circa la distribuzione, la consistenza e la struttura di una determinata specie nell’area di riferimento.
Nel caso degli ungulati selvatici la distribuzione di una specie può essere definita anche attraverso l’osservazione diretta degli individui, oppure, mediante il rilevamento dei segni di presenza caratteristici di ciascuna specie, per esempio: fatte, impronte, fregoni, grufolate, bramiti, scortecciamenti, ecc…
Per la valutazione della consistenza e struttura delle popolazioni (o di altri parametri utili alla gestione) occorre effettuare censimenti mirati e specifici. La scelta della tecnica più opportuna per il monitoraggio delle popolazioni di ungulati selvatici deve essere effettuata prendendo in considerazione diversi fattori: specie da censire, morfologia e caratteristiche ambientali del territorio di riferimento, disponibilità di personale esperto per la realizzazione del censimento ecc..
Cos’è la caccia di selezione?
La caccia di selezione si distingue dalla cosiddetta “caccia programmata”. Infatti, il prelievo selettivo è subordinato alla definizione preventiva sia della quantità dei capi che si intendono prelevare, sia della loro ripartizione in classi di sesso e di età. Pertanto il presupposto fondamentale è la conoscenza di questi parametri per ciascuna popolazione oggetto di prelievo, ottenuta attraverso specifici censimenti.
Il piano di abbattimento (o piano di prelievo) è lo strumento che consente di definire, prima di iniziare la caccia, e in relazione alle caratteristiche della popolazione e ai risultati del censimento (densità, natalità, mortalità, incremento utile annuale, ecc.), il numero e il tipo di animali che si possono prelevare. Il prelievo venatorio, qualora l’obiettivo gestionale non sia la riduzione della popolazione, non deve mai superare l’entità corrispondente all’incremento utile annuo. Inoltre, si può ragionevolmente ritenere che, qualora si voglia conservare una popolazione di ungulati selvatici su buoni standard produttivi, sia opportuno mantenere la popolazione entro i range di struttura naturali osservati e rilevati durante i censimenti.

È bene quindi specificare fin da subito che la caccia di “selezione” non contempla il prelievo degli animali più forti e grossi, né di quelli visibilmente malati, perché in tal caso si parlerebbe di abbattimento sanitario, atto a scongiurare eventuali epizoozie.
La caccia di selezione è l’attività di prelievo basata su un piano annuale, quantitativo e qualitativo per classi di sesso e di età, elaborato sulla base di stime periodiche di consistenza e struttura della popolazione cacciata; viene realizzato attraverso metodi di caccia che garantiscano il rispetto rigoroso delle indicazioni pianificate.
Un punto di vista ambientale e uno economico
Con la caccia di selezione l’uomo viene ad assumere il ruolo di un predatore naturale dotato di una particolare lungimiranza. Operando non solo nel controllo della popolazione degli animali, quindi aiutando a diminuire danni alle coltivazioni e all’ambiente in generale, ma anche nella gestione del territorio stesso e di tutta la fauna “convivente” con la specie oggetto del programma.
I vantaggi ambientali finiscono per riflettersi anche su quelli economici, stratificati in diversi livelli; infatti, di questa attività gode l’agricoltore e tutta la filiera a esso legata. Chiunque coltivi i campi e venda i suoi frutti conosce le conseguenze che un incremento di popolazione del cinghiale è in grado di causare, con successivi aumenti dei prezzi, che si riflettono sul cliente finale, e/o sulla riduzione dei margini di profitto.
L’imprenditore agricolo – piccolo o grande che sia – può chiedere il risarcimento all’ente responsabile, ovvero la regione secondo la legge vigente, ma nella migliore delle ipotesi riceverà solamente un indennizzo che ricoprirà solo in minima parte il danno ricevuto.
I vantaggi a livello economico e naturale apportati dall’attività venatoria selettiva sono una garanzia per il territorio e per gli interessi di chi ci opera (agricoltori, ma non solo) e ci vive (nella fattispecie gli animali), contrapponendo una gestione volta all’equilibrio che combatta le conseguenze negative dell’antropizzazione.
Regolamentazione della caccia di selezione: nazionale e regionale
In termini di legge è opportuno mettere in luce un fatto di rilievo: al momento non esiste una esaustiva normativa nazionale relativa alla caccia di selezione; essa, infatti, viene solo “citata” dalla legge nazionale n°157/92, art.17.
Esistono piuttosto delle linee guida proposte dall’ISPRA, cui le diverse regioni devono attenersi. Queste ultime, tuttavia, hanno la facoltà di legiferare in materia, introducendo requisiti e restrizioni specifici, oltre ad attivare a livello locale piani di abbattimento adeguati alla propria situazione. Piani che si avvalgono di supporto veterinario per il controllo dei capi abbattuti e che aiutano le stesse regioni a fornire dati e indicazioni precise del prelievo effettuato sul territorio grazie alla documentazione che ogni cacciatore di selezione è chiamato a compilare.
L’aspetto normativo non si riflette però unicamente sui piani e sui controlli post-abbattimento, ma anche sulle modalità di censimento e di accesso all’attività di selezione tramite gli specifici corsi a livello regionale (sempre seguendo le linee guida ISPRA) che consentono di diventare cacciatori di selezione e operatori abilitati ai censimenti.

Come si diventa cacciatori di selezione
Il cacciatore di selezione è dunque la figura centrale attorno cui fa perno l’attività venatoria di selezione. Per tale ragione, l’accesso al ruolo viene regolamentato tramite la partecipazione a un percorso formativo basato sulle Linee Guida ISPRA che riguarda:
- gli aspetti normativi;
- la sicurezza;
- la balistica;
- gli aspetti sanitari;
- l’ecologia e la biologia della o delle specie che si intende prelevare.
Per l’ammissione all’esame sono inoltre previste delle esercitazioni obbligatorie per il riconoscimento in natura delle specie oggetto del corso e il superamento di una prova di tiro, da effettuarsi presso un Tiro a Segno Nazionale (TSN). A seguito della certificazione di frequenza del corso, l’aspirante cacciatore di selezione può candidarsi a sostenere un esame presso gli uffici regionali competenti, articolato in due parti: prova scritta e prova orale.
Facendo riferimento al sito della Regione Toscana, sezione Agricoltura e Alimentazione, Caccia e Pesca, possiamo consultare i requisiti per ottenere l’abilitazione alla caccia di selezione degli ungulati.
Ovviamente con questa lista intendiamo offrire una traccia di argomenti che, seppur inerente nello specifico alla Regione Toscana, è in realtà abbastanza comune alle altre realtà regionali, aventi tutte come unico riferimento le linee guida date dall’ISPRA.
Emerge che fra parti orali, scritte e prove di tiro, vengono valutate sia conoscenze di carattere generico che specifiche.
1. La parte generale include
- Sistematica, morfologia, eco-etologia, distribuzione e status delle specie di ungulati in Italia.
- Concetti di ecologia applicata.
- Ecosistema, habitat, catene alimentari, struttura e dinamica di popolazione, fattori limitanti, incremento utile annuo, capacità portante dell’ambiente, densità biotica e agroforestale.
- Principi e metodi generali per la stima quantitativa delle popolazioni.
- Censimenti e stime relative di abbondanza, metodi diretti e indiretti, modalità di applicazione a casi concreti.
- Riqualificazione ambientale e faunistica.
- Interventi di miglioramento ambientale, catture, reintroduzioni.
- Linee guida per la gestione di cervidi e bovidi.
2. La parte speciale è inerente a ogni specie per cui si vuole ottenere l’abilitazione
- Riconoscimento in natura di sesso e di età, segni di presenza, alimentazione, interazione con le attività economiche, predatori e competitori, danni agro-forestali, misure di prevenzione del danno, piani di controllo.
- Comportamento sociale, ciclo biologico annuale, biologia riproduttiva e dinamica di popolazione, determinazione della struttura e della consistenza delle popolazioni.
- Determinazione dell’età dei soggetti abbattuti, valutazione del trofeo.
3. Le tecniche di abbattimento/prelievo
- Fondamenti della biologia del prelievo selettivo, criteri generali di selezione, definizione dei piani di prelievo, periodi di caccia, comportamento e tecnica venatoria, gestione conservativa (area vocata) e non conservativa (area non vocata), interventi di controllo ai sensi dell’ art. 19 L.N. 157/92.
- Aspetto e cerca, organizzazione del prelievo, percorsi di pirsch, altane e appostamenti a terra e loro sistemazione, strumenti ottici, armi e munizioni, norme di sicurezza.
- Nozioni fondamentali di balistica, balistica terminale, reazioni al tiro, valutazione e verifica degli effetti del tiro, utilizzo di munizionamento No-Toxic e Lead Free.
- Recupero dei capi feriti e cani da traccia, organizzazione dei servizi di recupero, razze, tipo di lavoro, criteri di addestramento, conduzione.
- Trattamento dei capi abbattuti, redazione delle schede di abbattimento, misure biometriche, prelievi di organi e tessuti per indagini biologiche e sanitarie, vendita dei capi di ungulati provenienti da prelievo venatorio.
4. Gli aspetti normativi nazionali, regionali e provinciali riferiti al territorio
Il cacciatore di selezione è dunque il cacciatore che, dopo aver partecipato a specifici corsi, aver superato 3 prove d’esame (scritto, orale e prova di tiro) in presenza di una commissione nominata con un decreto regionale, può accedere al prelievo delle specie per cui ha conseguito l’abilitazione, chiaramente negli ATC o CAC in cui è iscritto e nel rispetto delle norme e dei regolamenti vigenti.
La reale attività venatoria nella caccia di selezione
I metodi per la caccia di selezione sono fondamentalmente due: la caccia all’aspetto, ovvero di appostamento fisso o temporaneo, o la caccia alla cerca, il cosiddetto Pirsch che presuppone una conoscenza del territorio e una preparazione superiori.
La pratica all’aspetto richiede pazienza e capacità osservative notevoli. Il primo passo è quello di scegliere con accuratezza un luogo di appostamento caratterizzato da buone accessibilità e visibilità, con ampio campo visivo e traiettorie di tiro sicure. Dalla possibilità di mimetizzarsi alla perfezione dal punto di vista olfattivo, visivo e acustico e con una comodità che consenta di passare eventualmente qualche ora nella medesima posizione.
La pratica alla cerca, invece, implica la percorrenza di un percorso predefinito all’interno del territorio. È una caccia più difficile e complessa in quanto si basa sul fatto di individuare la preda prima che essa “scorga o percepisca il cacciatore”. Essa richiede alcune conoscenze supplementari: come i luoghi di transito e pastura in cui l’animale è solito transitare, oltre a un controllo del proprio corpo quasi totale (evitando di produrre qualsiasi rumore e cercando di rimanere il più possibile al coperto e sottovento). Al momento dell’avvistamento segue, infatti, quello dell’accostamento per poter raggiungere una distanza che permetta un tiro efficace, etico e sicuro. Anche le abilità balistiche del cacciatore devono essere molto sviluppate perché lo sparo avviene con posizionamento sempre diverso.
Articolo scritto ad agosto 2025, in linea con le attuali norme vigenti.























































































































































































