Il randagismo in Italia rappresenta ben più di una criticità legata al benessere animale ma è una vera e propria emergenza ecologica, sanitaria e socio-economica.

Spesso affrontato attraverso la lente distorta di un animalismo ideologico e puramente emotivo, il fenomeno dei cani e dei gatti vaganti e inselvatichiti richiede invece un approccio scientifico e una gestione pragmatica. Altrimenti, una tutela miope rischia di compromettere la sopravvivenza di tante specie.

Infatti, l’abbandono e la mancata sterilizzazione alimentano popolazioni di predatori che alterano i delicati equilibri dei nostri ecosistemi, minacciando direttamente la fauna e il comparto agro-pastorale. Per tutelare autenticamente la biodiversità, è indispensabile superare la dicotomia tra animali d’affezione e specie selvatiche, riconoscendo che la presenza incontrollata di cani e gatti vaganti genera impatti devastanti sul territorio.

Solo attraverso un’analisi oggettiva dei dati e l’applicazione di strategie gestionali è possibile mitigare questo conflitto, contribuendo a una coesistenza sostenibile tra le attività umane, le comunità rurali e il patrimonio faunistico del nostro Paese.

Da cosa è causato il randagismo?

Le cause del randagismo in Italia sono molteplici e profondamente radicate in carenze culturali e amministrative. Il fattore primario rimane l’abbandono, unito alla mancata sterilizzazione padronale, che genera cucciolate indesiderate lasciate vagare sul territorio.

Un ruolo cruciale è giocato dall’inadempienza verso l’obbligo di microchippatura e iscrizione all’Anagrafe degli Animali d’Affezione, strumenti fondamentali per garantire la tracciabilità degli animali e dei loro proprietari. A livello istituzionale, le inefficienze nei programmi di controllo demografico e le gravi carenze strutturali dei canili sanitari aggravano un quadro già complesso.

Esiste inoltre il fenomeno dei “cani padronali vaganti”: animali di proprietà lasciati liberi di muoversi senza supervisione. Questi individui formano spesso mute temporanee e si accoppiano incontrollatamente, contribuendo alla predazione faunistica e all’ibridazione, dinamiche biologicamente ed ecologicamente disastrose che sfuggono ai censimenti ufficiali.

Quali animali subiscono maggiormente gli effetti del randagismo?

Le conseguenze ecologiche del randagismo ricadono su un ampio spettro di specie selvatiche. Secondo lo studio italiano pubblicato sulla rivista scientifica Biodiversity and Conservation, le specie più frequentemente uccise dai cani vaganti sono il capriolo, il riccio, la lepre e il merlo. L’analisi dei campioni fecali raccolti in aree rurali del Centro Italia ha identificato 30 diverse specie nella dieta di cani randagi presenti sul territorio tra cui cinghiale, pecora domestica, lepre, capriolo e pernice. Tra le vittime figurano anche specie endemiche e a rischio di estinzione, incluso un caso documentato di aggressione letale alla giovane orsa marsicana Morena.

Per quanto riguarda i gatti invece, sono predatori che possono diventare letali per circa 2.000 specie diverse, di cui circa 350 minacciate. Inoltre, si stima che siano i responsabili dell’estinzione di 63 specie tra uccelli, mammiferi e rettili. Un numero impressionante, pari a circa il 26% di tutte le specie estinte negli ultimi due decenni.

Un danno insidioso riguarda anche il lupo appenninico: l’ibridazione con i cani vaganti mette a rischio l’unicità genetica del grande predatore italiano, tanto che sebbene la popolazione italiana sia oggi assai consistente, la percentuale di ibridi è in costante e preoccupante crescita. Come documenta la ricerca condotta dall’Istituto Zooprofilattico di Lazio e Toscana, ISPRA e Università La Sapienza, l’identità genetica del lupo è oggi minacciata proprio dalle dinamiche espansive della specie in aree ad alta densità di cani vaganti e dall’inerzia gestionale. In Italia non sembrano, al contrario, sussistere problemi di ibridazione tra gatti domestici e selvatici, problema assai serio invece in Scozia.

A questo si aggiunge il cosiddetto “paesaggio della paura”: un modello che ci fa capire che gli animali utilizzano lo spazio sia in base alle caratteristiche ambientali, sia sulla base del pericolo che percepiscono. Per questo, gli animali selvatici disturbati dai cani vaganti, andranno a modificare i propri territori di alimentazione, riposo e riproduzione, esponendosi a ulteriori rischi.

Il randagismo in Italia

Quali città sono più colpite dal randagismo in Italia?

Il randagismo in Italia presenta una distribuzione geografica fortemente asimmetrica. Secondo il XII Rapporto Animali in Città di Legambiente (2023), mancano all’anagrafe canina almeno 2 milioni di cani, con 1,5 milioni concentrati in sole cinque regioni: Sicilia, Calabria, Campania, Puglia e Lazio.

Nel 2023 il numero di cani randagi ha raggiunto i 358.000 esemplari, con le sole cinque regioni meridionali che ne concentrano circa 244.000. I dati del Ministero della Salute confermano il quadro: su oltre 100.000 cani ospitati nei canili regionali, più dell’80% si trova in Puglia, Sardegna, Sicilia, Calabria e Campania.

Il fenomeno felino è altrettanto grave, ma più difficile da quantificare per la frammentarietà dei dati ufficiali. Secondo il report di Legambiente il numero dei gatti randagi o semi-vaganti presenti sul territorio nazionale supererebbe il milione, in parte inseriti in colonie feline gestite da associazioni o privati cittadini.

Sul fronte della sterilizzazione, nel 2023 solo il 52,2% delle Aziende sanitarie ha effettuato azioni di prevenzione, sterilizzando appena 25.760 gatti, corrispondenti al 5,7% di quelli presenti nelle colonie feline, mentre oltre 193.000 gatti nelle colonie censite risultano ancora non sterilizzati. L’impatto ecologico dei gatti vaganti è documentato a livello scientifico: uno studio pubblicato su Nature Communications ha identificato oltre 2.000 specie predate dai gatti liberi o randagi nel mondo, di cui quasi 350 a rischio di estinzione o già estinte, senza che esista altro mammifero predatore in grado di cacciare con successo una varietà comparabile di specie.

In Italia, le colonie feline non gestite in prossimità di zone umide, parchi naturali e aree protette rappresentano una pressione predatoria diretta su uccelli nidificanti, rettili e piccoli mammiferi, sempre ignorata nel dibattito pubblico. Ad esempio, secondo uno studio condotto a Genova, anche uccelli minacciati come il voltolino Porzana porzana e il beccafico Sylvia borin risultano predati dai gatti.

Come poter risolvere il problema del randagismo?

Il contrasto al randagismo è più complicato di quanto non si potrebbe pensare e richiede un approccio integrato e multilivello. E necessario agire contemporaneamente sulle cause strutturali e sulle conseguenze ecologiche.

I cardini dell’intervento rimangono la sensibilizzazione delle persone e la sterilizzazione sistematica. La sola sterilizzazione non è sufficiente se non raggiunge una quota critica della popolazione vagante e se non è sostenuta da azioni complementari di lungo periodo. Durante la pandemia la riduzione delle sterilizzazioni ha causato un’immediata impennata delle nascite, dimostrando la fragilità degli interventi discontinui.

Sul fronte dell’identificazione, campagne di sterilizzazione, reti di adozione organizzate e incentivi alla registrazione anagrafica rappresentano interventi efficaci e auspicabili. La Sardegna ad esempio, ha già avviato nel 2026 una campagna sperimentale che integra sterilizzazione e microchippatura dei cani da pastore nelle aree rurali, con l’obiettivo di valorizzare il ruolo dei cani nei sistemi zootecnici regionali e contrastare il randagismo.

Sul piano normativo, è necessario rafforzare l’applicazione della Legge quadro 281/1991, introducendo sanzioni effettive per l’abbandono e la mancata microchippatura.

Parallelamente, l’educazione alla responsabilità, a partire dalle scuole, e la formazione degli operatori pubblici costituiscono precondizioni indispensabili per modificare le cause prime alla radice del fenomeno. Inoltre, aggiungere nozioni di base di Ecologia e Biologia della Conservazione è indispensabile per aggiornare le basi culturali dell’opinione pubblica.

Bibliografia

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