Qual è il significato di deforestazione? Il termine indica la distruzione e la netta riduzione delle foreste, attribuibile a molteplici cause. Il sovrasfruttamento innanzitutto, di cui è responsabile in gran parte l’agricoltura, seguita dall’allevamento intensivo, dallo sfruttamento minerario ed edilizio.

Una situazione critica che non riguarda solo le aree direttamente
colpite dal fenomeno, fra l’altro le più ricche di biodiversità, ma tutti noi, molto più di quanto sia la reale percezione sociale del problema.

La globalizzazione e il commercio internazionale, specialmente negli anni che hanno preceduto la crisi economica in corso, hanno avuto senza dubbio il merito di generare sviluppo e ricchezza e di riscattare milioni di persone dalla condizione di povertà.

Nondimeno, la crescita dei mercati globali ha dato luogo a gigantesche pressioni sulle risorse naturali, sugli ecosistemi terrestri e, in modo particolare, sulle foreste.

Secondo la Food and Agriculture Organization (FAO), ogni anno sono distrutti circa 13 milioni di ettari di foreste — una superficie pari ad oltre il 40% del territorio italiano — per cedere terreni all’agricoltura, all’allevamento di bestiame, per estrarre legname (spesso in violazione delle leggi nazionali), l’apertura di miniere, l’estrazione di petrolio ed altre risorse naturali, la realizzazione di infrastrutture, eccetera.

Qual è l’impatto della deforestazione in Italia?

Tra il 2015 e il 2020, mentre a livello mondiale proseguiva la tendenza negativa del quinquennio precedente, in Italia la copertura forestale è aumentata di quasi un punto percentuale: dal 30,8 al 31,7%, più che in qualsiasi altro Paese dell’Ue. La proporzione sale al 37,8% se consideriamo, oltre ai boschi, le “altre terre boscate” con copertura arborea più rada. Tra gli indicatori della gestione sostenibile delle foreste prevalgono i segnali positivi, che tuttavia, nel contesto italiano, vanno interpretati con alcune cautele.

In Italia, peraltro, la quota di aree forestali coperta dal sistema delle aree protette è tra le più elevate nell’Ue (35,1%) e supera di molto la media delle regioni sviluppate (7,5%).

L’espansione delle superfici forestali comporta notevoli vantaggi, anzitutto in termini di assorbimento del carbonio, ma di per sé non attesta il buono stato di salute degli ecosistemi e dipende solo in parte dall’efficacia delle politiche di gestione e protezione.

In Italia, infatti, il bosco avanza anche per la dismissione delle pratiche agricole e silvicole tradizionali connessa all’abbandono delle aree interne, che ha lasciato vaste estensioni di terreno alla rinaturalizzazione spontanea. Con esiti non sempre positivi sotto il profilo ecologico. Inoltre, con lo scarso utilizzo delle risorse forestali nazionali, si trasferisce all’estero buona parte della pressione generata dal nostro sistema economico.

A questo proposito, nel periodo 2015-2019, l’Italia ha importato in media 12,2 milioni di tonnellate l’anno di legname (con un incremento del 13,6% nel periodo), a fronte di un’estrazione interna di 4,1 milioni di tonnellate, sostanzialmente stabile (+0,9%).

Da un lato quindi il trend positivo di crescita delle foreste a livello nazionale, dall’altro l’aumento della richiesta di import di materie prime, che contribuisce alla deforestazione a livello globale, seppur indirettamente.

Cos’è una foresta?

La foresta è l’ecosistema maggiormente diffuso occupando il 32% delle terre emerse. Talvolta si usa il termine foresta come sinonimo di bosco e viceversa, ma la foresta è un’area molto più vasta e spesso è assai più antica. La sua importanza va ben oltre il ruolo economico, che pure è notevole, e riguarda la vita sul nostro pianeta per il cui mantenimento svolge un ruolo imprescindibile.

La foresta ha infatti un compito primario:

  • nella formazione e protezione del suolo;
  • nella regolazione della piovosità;
  • nella modulazione dell’azione del vento;
  • nella produzione fotosintetica di ossigeno e di sostanze organiche per il nutrimento dell’intera biosfera.

Grazie alla fotosintesi l’insieme delle foreste assorbe molta anidride carbonica dall’atmosfera, controllando così l’effetto serra e mitigando gli effetti del clima. La foresta è inoltre il luogo dove vivono migliaia di specie vegetali arboree, arbustive, erbacee (i produttori), che costituiscono innumerevoli nicchie ecologiche per altrettante specie animali (i consumatori) dai più minuscoli invertebrati ai vertebrati anche di grande mole.

È infine la sede di batteri e funghi che, in qualità di decompositori, chiudono i grandi cicli biogeochimici di trasformazione della materia organica in sostanze minerali. Ne consegue che la foresta rappresenta una risorsa essenziale con importanti risvolti non solo di carattere ambientale ed ecosistemico, ma anche socio culturale.

Deforestazione e riforestazione, cosa accade in Italia?

Come si valuta la qualità delle foreste?

I tre indicatori più comuni per valutare lo stato di una foresta sono: la trasparenza delle chiome (defogliazione), l’incremento di un singolo albero e di un popolamento boschivo e il tasso di mortalità annuale del popolamento.

Altri indicatori sono l’approvvigionamento di nutrienti, gli effetti di saturazione dell’azoto e i danni da ozono sugli alberi, oltre che lo stato chimico e fisico del suolo o la presenza di specie sensibili.

All’inizio delle ricerche dedicate al fenomeno del “deperimento delle foreste”, un elevato grado di trasparenza delle chiome è stato interpretato erroneamente, pensando che fosse provocato da inquinanti atmosferici. Anche la relazione esistente tra la trasparenza delle chiome e la riduzione degli incrementi, è stata interpretata come indizio dell’effetto di agenti atmosferici dannosi.

Le attuali conoscenze sulla variabilità naturale del grado di trasparenza delle chiome, gli studi sulle svariate cause ad essa connessa e le elaborazioni dei dati delle serie temporali dei tassi di mortalità delle foreste e dei loro incrementi non mostrano tuttavia nessun indizio che sia in atto un declino della crescita dei boschi, né tantomeno un aumento dei tassi di mortalità.

Neppure è vero il contrario però, infatti, i tassi di crescita elevati attualmente registrati permettono di concludere che gli apporti esterni immessi nelle foreste, per esempio quelli dovuti alle deposizioni di azoto, non possano compromettere a lungo termine la struttura, la funzionalità e la stabilità dei boschi.

Rispetto ai primi anni ‘80 sono oggi disponibili un gran numero di informazioni sull’evoluzione delle condizioni delle foreste.

Esse contribuiscono a fornire degli stati di riferimento importanti o dei valori che ci si potrebbero attendere. In considerazione dei continui e rapidi cambiamenti delle condizioni ambientali (mutamenti climatici, cambiamento nelle utilizzazioni dovuto alla penuria di energia, modifiche nella composizione chimica dell’atmosfera), è ragionevole continuare a rilevare i parametri e a valutare gli indicatori riguardanti lo stato delle chiome, la mortalità e gli incrementi delle foreste.

Questo è l’unico modo per evitare in futuro di trarre conclusioni errate e di contribuire in modo oggettivo al “dibattito sul deperimento delle foreste”.

Implicazione di deforestazione e riforestazione sulla fauna

La deforestazione, ovvero il disboscamento diffuso delle foreste, ha effetti significativi e spesso dannosi sulla fauna selvatica e sugli ecosistemi. Gli impatti variano a seconda dell’entità della deforestazione, del tipo di habitat interessato e della resilienza della specie.

Alcuni effetti critici della deforestazione sulla fauna selvatica, sono rappresentati dalla perdita di habitat, da cambiamenti significativi nella biodiversità, catene alimentari alterate e dinamiche degli ecosistemi, che possono portare all’estinzione di alcune specie e facilitare la colonizzazione di specie alloctone.

Interessante tra gli altri riportare il caso del Francolino di monte (Tetrastes bonasia (Linnaeus, 1758)), specie di galliforme stanziale, strettamente legato all’ambiente forestale alpino, che ha visto nel corso degli anni un’oscillazione della sua consistenza, connessa anche all’andamento della risorsa forestale.

Infatti, in Italia scomparve dalle Alpi Occidentali alla fine del 1800 ed è ricomparso, verso la metà del XX secolo, prima in Val d’Ossola e successivamente in alcuni distretti limitrofi del Piemonte. Mentre sulle Alpi Orientali, dopo una notevole riduzione numerica delle popolazioni, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso la consistenza dei nuclei residui è andata stabilizzandosi.

Ricordiamo che il Francolino di monte è una specie nei confronti della quale sono previste misure speciali di conservazione per quanto riguarda l’habitat (Direttiva Uccelli 2009/147/CE, all. I); protetta e il cui sfruttamento non dovrà comprometterne la sopravvivenza (Convenzione di Berna, all. III); protetta (d.P.C.M. 21 marzo 1997).

Bibliografia:
https://www.inventarioforestale.org/it/
https://www.isprambiente.gov.it/contentfiles/00003500/3582-rapporto-97-2009.pdf/
INFC2015 – Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi Forestali di Carbonio. Arma dei Carabinieri – Comando Unità Forestali Ambientali e Agroalimentari & CREA – Centro di ricerca Foreste e Legno. https://www.inventarioforestale.org/statistiche_INFC
https://www.istat.it/storage/rapporti-tematici
https://www.iucn.it/
Direttiva ‘Habitat’ | Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica
Direttiva ‘Uccelli’ | Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica

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