Guida alla caccia di selezione

29.11.2018
Guida alla caccia di selezione

La caccia non è semplicemente un’attività che risale agli albori dell’umanità e che negli anni: da pratica necessaria al nostro sostentamento alimentare, ha assunto lo status di sport e hobby, con le sue regole e restrizioni. Eppure, in taluni casi raggiunge/ottiene uno statuto di valore superiore nella modalità che è definita di selezione e può essere di aiuto alla fauna locale, alle coltivazioni e all’ecosistema in generale.

Viene condotta a seguito di censimenti e stime relative al numero di capi presenti e sul loro impatto nell’ambiente, volte a indicare il numero di animali da abbattere di una o più specie (di quale sesso e di quali classi di età) in caso di mancato equilibrio. La sua adozione nel nostro paese risale al 1996 e viene gestita in modo parzialmente autonomo dalle province in base alle indicazioni dell’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). Riguardo unicamente gli ungulati, quindi cervi, caprioli, daini, camosci, mufloni e soprattutto i cinghiali.

Se dovessimo indicare le cause della sua nascita finiremmo per parlare dell’uomo e dell’antropizzazione del territorio e discapito delle specie selvatiche che ci vivono. Una serie di fattori strettamente connessi proprio alla eccessiva antropizzazione, ha portato in alcuni casi le popolazioni di ungulati a modificare le proprie abitudini e il proprio habitat, con conseguenze non esattamente positive per loro e per noi: basta citare i cinghiali sempre più pericolosamente vicini ad alcuni centri abitati.

Per ovviare a tali problematiche (sovrannumero, danni all’agricoltura e all’ecosistema, problematiche di convivenza con altre specie, rischi per la sicurezza stradale ecc) si è dato inizio alla caccia di selezione, ponendosi l’obiettivo di gestire la selvaggina e raggiungere un nuovo equilibrio territoriale e numerico.

Cos’è la caccia di selezione?

La caccia di selezione non è solo attività venatoria, bensì attività venatoria programmata. Ovvero abbattimento pianificato per numero e territorio che prende in considerazione alcuni criteri per valutare se l’animale avvistato durante la caccia sia previsto dal piano stesso:

  • sesso
  • età
  • stazza
  • ruolo e status nel branco

Specifichiamo fin da subito: selezione non vuol dire cacciare e abbattere gli animali più forti e grossi (pensando di danneggiare così anche il branco), né quelli più vecchi e deboli (o malati, perché in tal caso si parlerebbe di abbattimento sanitario, atto a scongiurare eventuali epizoozie). Significa piuttosto effettuare un prelievo programmato e quindi ponderato secondo alcuni criteri prestabiliti basati su un censimento (che quindi prevede una suddivisione per età e obiettivi).

La struttura della popolazione va infatti mantenuta inalterata, con il giusto rapporto di vecchi, adulti e cuccioli in un’ipotetica piramide (vecchi in cima, quindi pochi, i cuccioli in fondo, quindi tanti). Diventa chiaro come la caccia di selezione non sia unicamente attività venatoria in senso stretto, ma che includa uno studio della fauna selvatica presente nel territorio allo scopo di tenere in equilibrio numerico la sua presenza.

Perché è utile l’attività selettiva?

Programmare una caccia selettiva significa dunque gestire la popolazione di una determinata specie di ungulato, mantenendo in equilibrio il numero di capi ed evitando così che un eventuale sovrappopolamento causi pericolo a persone (non tutti sanno quanto può esserlo il cinghiale) o danni ad aziende agricole, senza contare l’ecosistema stesso in cui vivono (e quindi, nel lungo periodo, le altre specie di fauna locale).

In tale pratica è fondamentale la figura del selecontrollore (di cui parleremo più avanti), che certifica e garantisce scientificamente la pratica selettiva: la parola d’ordine è mantenere l’equilibrio perseguendo i molteplici obiettivi che abbiamo già citato.

Questo deve avvenire, data l’ampia antropizzazione del territorio (e la conseguente riduzione dell’habitat), anche a causa della mancanza (o drastica rarefazione) dei predatori naturali degli ungulati. Lupi e orsi ad esempio attualmente vivono quasi solo in ambienti protetti e controllati come i Parchi, ma mentre i primi riescono a convivere in alcune zone dell’Appennino (pur spesso a discapito degli allevatori) e potrebbero avere tuttora un ruolo importante in questo controllo degli ungulati, i secondi sono davvero pochi e concentrati sull’arco alpino.

Guida alla caccia di selezione

Un punto di vista ambientale e uno economico

La caccia di selezione si sostituisce in un certo senso al ruolo naturale dei predatori, operando non solo nel controllo della popolazione degli animali (e quindi aiutando a diminuire danni alle coltivazioni e all’ambiente in generale), ma anche nella gestione del territorio stesso e di tuta la fauna “convivente” con la specie oggetto del programma.

I vantaggi ambientali finiscono per riflettersi anche su quelli economici, stratificati in diversi livelli. Di questa attività non gode solo l’agricoltore, ma (apparentemente banale) anche tutta la filiera a esso legata. Chiunque coltiva i campi e vende i suoi frutti conosce alla perfezione la devastazione che un incremento di popolazione del cinghiale è capace di portare, con conseguente aumento dei prezzi (che si riflettono sul cliente finale) e/o riduzione dei margini di profitto.

Certamente l’imprenditore agricolo – piccolo o grande che sia – può chiedere il risarcimento all’ente responsabile, ovvero la regione secondo la legge vigente, ma nella migliore delle ipotesi riceverà solamente un indennizzo che ricoprirà solo in minima parte il danno ricevuto.

I vantaggi a livello economico e naturale apportati dall’attività venatoria selettiva sono una garanzia per il territorio e per gli interessi di chi ci opera (agricoltori ma non solo) e ci vive (nella fattispecie gli animali), contrapponendo una gestione volta all’equilibrio che combatta le conseguenze negative dell’antropizzazione.

Regolamentazione della caccia di selezione: nazionale e provinciale

In termini di legge va dapprima messo in luce un fatto di rilievo: non esiste una chiara normativa nazionale relativa alla caccia di selezione (che viene solo “citata” dalla legge nazionale n. 157/92, art.17). C’è piuttosto una linea guida proposta dall’ISPRA cui si devono attenere le diverse province, che hanno però la libertà di legiferare a riguardo ponendo requisiti e restrizioni, oltre ad avviare a livello locale i piani di abbattimento adeguati in base alla specifica situazione. Piani che si avvalgono di supporto veterinario per il controllo dei capi abbattuti e che aiutano le stesse province a fornire dati e indicazioni precise del prelievo effettuato sul territorio grazie alla documentazione che ogni cacciatore di selezione è chiamato a compilare.

L’aspetto normativo non si riflette però unicamente sui piani e sui controlli post-abbattimento, ma anche sulle modalità di accesso all’attività di selezione tramite gli specifici corsi a livello provinciale (sempre seguendo le linee guida ISPRA) che consentono di diventare selecontrollori.

La figura del selecontrollore

Il selecontrollore è dunque il cacciatore che, dopo aver partecipato a specifici corsi, aver superato l’esame in oggetto ed essersi iscritto all’albo provinciale, può collaborare con i guardacaccia (o agenti di vigilanza venatoria) per il controllo e la gestione del numero di ungulati presenti nella provincia e sotto autorizzazione dell’ente regionale. È nato per la prima volta in Lombardia nel 2002 e la figura è stata poi ripresa anche nel resto del paese.

Generalmente assume il compito per una determinata specie e può svolgerlo anche al di fuori del periodo di caccia e all’interno di zone protette, avendo però prima ottenuto delle speciali licenze e deroghe (come stabilito dall’art. 18 della legge nazionale 157/92, comma 2). Il lavoro che compie rimane sotto la responsabilità e la tutela degli agenti venatori provinciali ed è tenuto a rispettare un protocollo cui si deve attenere in ogni passaggio:

  • abbattimento
  • trattamento
  • destinazione finale

L’esame di abilitazione

Il selecontrollore è dunque la figura centrale attorno cui fa perno l’attività venatoria di selezione. Per tale ragione l’accesso al ruolo viene regolamentato tramite la partecipazione a un corso (che riguarda principalmente la specie oggetto del prelevamento/abbattimento) e il superamento di un esame suddiviso in 3 parti: prova scritta, prova orale e prova di tiro.

L’aspirante selecontrollore deve conoscere aspetti biologici e ambientali dell’attività, il territorio di caccia e le tecniche adeguate, armi e munizioni permesse prima di accedere all’esame in questione, che è sempre messo a punto secondo le indicazione dell’ISPRA (come per le leggi e i piani di abbattimento).

Prendendo spunto dal sito della Regione Toscana (valida come altre, poi spieghiamo perché), sezione Agricoltura e Alimentazione/Caccia e Pesca, dove troviamo i requisiti per ottenere l’abilitazione alla caccia di selezione degli ungulati, scopriamo che fra parti orali, scritte e prove di tiro vengono valutate sia conoscenze di carattere generico che più specifiche.

 

1 – La parte generale include:

  • Sistematica, morfologia, eco-etologia, distribuzione e status della specie ungulate in Italia.
  • Concetti di ecologia applicata.
  • Ecosistema, habitat, catene alimentari, struttura e dinamica di popolazione, fattori limitanti, incremento utile annuo, capacità portante dell’ambiente, densità biotica e agroforestale.
  • Principi e metodi generali per la stima quantitativa delle popolazioni.
  • Censimenti e stime relative di abbondanza, metodi diretti e indiretti, modalità di applicazione a casi concreti.
  • Riqualificazione ambientale e faunistica.
  • Interventi di miglioramento ambientale, catture, reintroduzioni.
  • Linee guida per la gestione di cervidi e bovidi.

 

2 – La parte speciale è inerente alla specie oggetto dell’esame:

  • Riconoscimento in natura di sesso e di età, segni di presenza, alimentazione, interazione con le attività economiche, predatori e competitori, danni agro-forestali, misure di prevenzione del danno, piani di controllo.
  • Comportamento sociale, ciclo biologico annuale, biologia riproduttiva e dinamica di popolazione, determinazione della struttura e della consistenza delle popolazioni.
  • Determinazione dell’età dei soggetti abbattuti, valutazione del trofeo.

 

3 – Le tecniche di abbattimento/prelievo:

  • Fondamenti della biologia del prelievo selettivo, criteri generali di selezione, definizione dei piani di prelievo, periodi di caccia, comportamento e tecnica venatoria, gestione conservativa (area vocata) e non conservativa (area non vocata), interventi di controllo ai sensi dell’ art. 19 L.N. 157/92.
  • Aspetto e cerca, organizzazione del prelievo, percorsi di pirsch, altane e appostamenti a terra e loro sistemazione, strumenti ottici, armi e munizioni, norme di sicurezza.
  • Nozioni fondamentali di balistica, balistica terminale, reazioni al tiro, valutazione e verifica degli effetti del tiro, utilizzo di munizionamento No-Toxic e Lead Free.
  • Recupero dei capi feriti e cani da traccia, organizzazione dei servizi di recupero, razze, tipo di lavoro, criteri di addestramento, conduzione.
  • Trattamento dei capi abbattuti, redazione delle schede di abbattimento, misure biometriche, prelievi di organi e tessuti per indagini biologiche e sanitarie, vendita dei capi di ungulati provenienti da prelievo venatorio.

 

4 – Tutti gli aspetti normativi nazionali, regionali e provinciali riferiti al territorio.

Ovviamente con questa lista intendiamo offrire una traccia di argomenti che, seppur inerente nello specifico alla Regione Toscana, è in realtà abbastanza comune alle altre realtà regionali, avendo tutte come unico riferimento le linee guida date dall’ISPRA.

Guida alla caccia di selezione

Una “battuta” di caccia di selezione

L’attività venatoria di selezione è ovviamente distante dall’attività venatoria in senso stretto, ma è pure errato avvicinarla al concetto di gestione faunistica (che ha scopi per lo più ambientali riferibili all’ecosistema). Si tratta piuttosto di una gestione venatoria in cui entrano in gioco dapprima due principi:

  • Valutazione del territorio – quantità e qualità di fauna sostenibile in un determinato territorio.
  • Valutazione delle popolazioni di fauna – densità, struttura e dinamica attraverso i censimenti.

In base ai risultati ottenuti vengono formalizzati i piani di abbattimento e prelievo selettivo per gli ungulati, con l’obiettivo di raggiungere o mantenere densità e strutture di popolazione prefissate, stabilendo in tal modo un equilibrio dinamico con l’ambiente.

I metodi per la caccia di selezione sono fondamentalmente due:

  • Caccia all’aspetto, ovvero di appostamento (che sia fisso o temporaneo non importa).
  • Caccia alla cerca, la cosiddetta Pirsch (che presuppone una conoscenza del territorio e una preparazione superiori).

La pratica all’aspetto richiede pazienza e capacità osservative notevoli. Il primo passo è quello di scegliere con accuratezza un luogo di appostamento caratterizzato da buone accessibilità (percorso facile pulito) e visibilità (ampio campo visivo e traiettorie di tiro sicure), dalla possibilità di mimetizzarsi alla perfezione (dal punto di vista olfattivo, visivo e acustico) e con una comodità che consenta di passare eventualmente qualche ora nella medesima posizione.

La pratica alla cerca, invece, implica la percorrenza di un percorso predefinito all’interno del territorio. È una caccia più difficile e complessa in quanto si basa sul fatto di individuare la preda prima che essa scorga o percepisca il cacciatore. Ovviamente richiede alcune conoscenze supplementari, come i luoghi di transito e pastura in cui l’animale è solito transitare, oltre a un controllo del proprio corpo quasi totale (evitando di produrre qualsiasi rumore e cercando di rimanere il più possibile al coperto e sottovento). Al momento dell’avvistamento segue infatti quello dell’avvicinamento per poter raggiungere una distanza da colpo sicuro.